progetto

Io sono morto. Piccolo, proprio piccolo.

Un giorno all’improvviso hanno scoperto che avevo una nocciolina sulla pancia che era invece un’arancia dentro di me.
Io non capivo. Credevo che fosse bello avere un’arancia dentro, che in realtà stavo producendo qualcosa come le femmine che fanno i bambini.
Non stavo male, non ero stanco. Volevo giocare, andare a scuola, stare con i miei amici.
Io non ero malato, o meglio, io non pensavo di essere malato.
Mia madre si però.
Mia madre mi guardava in modo diverso, la sua risata era diversa, era stonata, un po’ finta. I suoi occhi erano strani, avevano una patina sullo sguardo, non piangevano ma erano tristi, semplicemente tristi, sempre tristi.
Mio padre invece, il mio compagno di giochi della sera, mi evitava. Evitava di guardarmi negli occhi e spesso la sera tornava tardi, sempre più tardi. Sere a combattere con il sonno per aspettarlo e giocare con lui, ma arrivava sempre troppo tardi e io non riuscivo a resistere con gli occhi aperti. Io cominciavo ad essere stanco e forse semplicemente lui non mi voleva più bene.
L’unica che mi trattava normalmente era la mia sorellina, Agata. Con lei continuavamo a ridere, a giocare, a litigare. Con lei nulla era cambiato, solo con lei, perché lei era del mondo parallelo, il nostro mondo.

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