progetto

Sono la sua migliore amica.
Da quando abbiamo iniziato le scuole medie ha sempre funzionato così tra di noi.

Niente segreti, niente filtri.
Un rapporto bello, di quelli veri.
La conoscevo troppo bene perché lei potesse nascondermi qualcosa. Era una mattina di aprile e noi eravamo nel pieno di una giornata scolastica.
Faceva caldo, tanto da poter stare a maniche corte.
Tanto che le ragazze avevano i capelli legati e i ragazzi i bermuda lunghi al ginocchio.

Lei non era la solita, non sorrideva e non rispondeva alle battute poco intelligenti che potevo raccontare solo a lei.
Doveva essere per forza successo qualcosa.
Eleonora è piuttosto alta.

Le gambe magre da cui si intravedevano le ossa e il busto piatto costellato da qualche neo qua e là.
Il viso sottile, gli occhi a mandorla incorniciati da un paio di occhiali che spesso cercava di nascondere e le labbra carnose leggermente fuori posto all’interno di quel viso.

Quella mattina aveva pianto e non era puntuale.

Le rivolsi la parola al suono della prima ricreazione, cercando di raggiungerla nello sciame di ragazzi diretti ai distributori di bibite. Lei era rimasta seduta al suo posto fissando il muro arancione.
Fu in quel momento che notai il graffio rossastro che partiva dall’occhio e scendeva fino a sfiorare la bocca.

“Ele tutto ok?”
“Oh ciao Olivia”
“Ti sei graffiata, lo sai?”
“Si, una stupida caduta”
“Ne sei sicura?”
“Se ti dico che è così, è così e basta” “O-ok allora io torno al mio posto”

Decisi di troncare così la conversazione perché avevo bisogno di tempo per digerire la rispostaccia che le mie orecchie avevano udito e che io speravo di aver solo immaginato.
Percorsi il tragitto verso casa con la testa bombardata dai dubbi. Sicuramente Eleonora era arrabbiata con me, il fatto era che non ne individuavo il motivo.

In questi anni avevamo litigato diverse volte, la maggior delle ragioni per cui discutevamo erano gli oggetti prestati mai tornati indietro oppure il modo di vestire che spesso era uguale.
Niente di più.

Questo genere di cose si risolveva in poco tempo e comportava solo un lieve broncio che non durava più di qualche giorno.
Ci misi un secondo a capire che quella volta il problema non apparteneva a queste categorie.

Ero confusa.
Un po’ anche triste, credo.
Del resto probabilmente la mia migliore amica non mi avrebbe più rivolto la parola.

Come si affrontano queste cose?

Perché mi senivo così in colpa?

La sera a cena mamma mi fece notare che ero più silenziosa del solito.
Non avevo voglia di parlare, avevo bisogno di riflettere.
Il giorno seguente andai a scuola regolarmente e incontrai Eleonora altrettanto regolarmente.

Ciò che non fu del tutto nella regola fu il mancato abbraccio e il buongiorno senza emozioni che raggiunse il mio orecchio destro e non mi fece voltare.
Pensavo di parlarle io per prima, per chiarire, insomma.

Invece inaspettatamente fu lei ad avvicinarsi.

“Oli senti ho qualcosa da dirti”
In quel momento mi sentii come le sedicenni quando stanno per essere mollate dai primi fidanzati.
“Dimmi tutto, ti ascolto”
Ciò che ascoltai fu sconvolgente.
Mi raccontò una storia che pensavo potesse esistere solo nei film. Oppure semplicemente la rabbia fu tale che non potevo associare l’accaduto alla mia migliore amica.

Mi raccontò di violenza.
Una violenza tanto ingiusta quanto potente.

Una violenza venuta da suo zio.

Le leggevo in faccia la voglia di piangere.
Di gridare.
Il bisogno di un abbraccio.
Il sentimento irrefrenabile di voler scomparire.

Io dov’ero in quel momento?
Ero lì ad ascoltare di abusi, dell’invasione di uno spazio troppo personale, di mani grandi e nodose contro mani troppo piccole.

Ero lì ad immaginare il grande salone di quella casa dove ero stata tante volte, con i tappeti grandi e la TV antica, quell’uomo e tutte le caramelle che avevo accettato da lui, la minaccia così vicina e altrettanto impossibile.

Ero lì a spiegare l’origine di quel graffio.
Ero lì senza poter compiere nessun movimento.
Ero lì ed ero inutile.
Tanto inutile quanto arrabbiata.
Da quel momento preciso e istantaneo decisi che non volevo tacere. Decisi che era troppo ingiusto per Eleonora, per i suoi genitori, per i suoi nonni, per la sua sorellina ancora troppo piccola per capire, per tutte le donne che non avevano coraggio.

Dovevo gridare io per tutti loro.
Ed Eleonora con me.
Iniziammo un lungo percorso e presi quella storia a cuore come se fosse la mia.

La scuola, i tribunali e i processi.
Potei vedere in faccia quell’uomo e frenare l’istinto di sputargli addosso.
Eleonora ha avuto coraggio.
Eleonora non piange più.
Eleonora ora è felice.


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