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Suppongo che non esista al mondo una persona che, durante la propria adolescenza, non si sia sentita dire da qualcuno più grande – con quella malinconia mista a bonaria invidia – frasi come: “goditi questi anni”, “sono i più belli della tua vita”.

Confesso che io stesso, pur avendo appena 25 anni (quasi 26), ogni tanto mi sorprendo a fare lo stesso. Quando parlo con ragazzi del liceo mi guardano come se davanti avessero Matusalemme. E la cosa divertente è che, per un attimo, mi sento davvero così: uno che quegli anni li ha già vissuti e messi alle spalle.
Inutile girarci intorno: più si va avanti, più sembra che qualcosa si perda per strada. Non è solo un luogo comune. Chi è più grande di noi lo ripete perché lo ha capito sulla propria pelle: la giovinezza è un tempo unico, irripetibile.
Eppure, a volte, ho la sensazione strana di averla già superata, come se una parte di quei famosi “anni migliori” fosse già scivolata via.
Certo, una ragione semplice c’è: il liceo non tornerà più. E per molti di noi il liceo è stato davvero un piccolo mondo a parte. Ripensandoci oggi, il mio ultimo anno resta una delle parentesi più felici della mia vita.
Ma non è solo questo.
Se riavvolgo il nastro delle mie primavere, tra gli “anni d’oro” – per citare un cantante (bravo) – c’è stato anche il primo anno di università. Un periodo di entusiasmo, scoperte, amicizie nuove, quella sensazione di libertà che arriva quando senti di essere finalmente entrato in una fase diversa della vita. E come dimenticare la fantastica esperienza Erasmus, in Spagna, quando per la prima volta ti sei sentito responsabile e completamente indipendente per davvero.
La nostalgia, però, arriva spesso all’improvviso. Basta scorrere il rullino del telefono, imbattersi in un vecchio video, rivedere una foto. Ed ecco che, in quei momenti, sembra quasi di guardare un archivio di una vita passata, lontanissima, come se appartenesse a un’altra epoca.
In fondo, un punto di svolta c’è stato per tutti: il Covid.
La pandemia ci ha colpiti di colpo, nel pieno degli anni in cui la vita dovrebbe essere più piena, rumorosa ed incosciente. E per chi l’ha vissuta tra i venti e i venticinque anni qualcosa si è incrinato.
È difficile spiegarlo con precisione, ma la sensazione è diffusa: meno voglia di uscire, meno leggerezza, meno quella sana incoscienza che di solito accompagna l’adolescenza e la prima giovinezza.
Quella sensazione di invincibilità che ti fa pensare che il mondo sia tutto davanti a te.
Molti hanno parlato della cosiddetta “sindrome della capanna”, quella difficoltà a tornare alla vita sociale dopo mesi passati chiusi in casa. E in effetti qualcosa di simile sembra essere rimasto dentro molti ragazzi della nostra generazione.
Per questo a volte si ha la sensazione che ai giovani di oggi sia stato tolto qualcosa. Come se una parte di quegli anni spensierati ci fosse stata sottratta senza che potessimo fare molto per evitarlo.
Eppure, guardando le cose con un minimo di distanza, forse più che nostalgici dovremmo sentirci anche fortunati.
Fortunati per aver vissuto almeno una parte di quegli anni prima che tutto si fermasse. Fortunati per aver avuto un liceo pieno, fatto di amici, corridoi rumorosi, giornate che sembravano non finire mai. Fortunati ad aver avuto e vissuto esperienze anche a partire dalla ripresa post Covid.
Anche se oggi tutto sembra diverso, non significa che il bello sia finito.
Il passato, però, ha una strana forza. A volte ci appare come un paese straniero dal quale siamo stati esiliati, e a cui vorremmo tornare anche solo per un momento.
Una canzone può riportarti a un amore di qualche anno fa. Analogamente, un gruppo di ragazzi con lo zaino in spalla ti fa pensare a quando la vita sembrava più semplice.
Non è un caso: l’olfatto è strettamente legato alla memoria e alle emozioni.
La nostalgia nasce proprio da qui. È una specie di triste felicità: ci riporta alle gioie del passato, ma allo stesso tempo ci fa soffrire perché sappiamo che quei momenti non torneranno identici.
Nella memoria, il passato tende a colorarsi di toni più morbidi, quasi perfetti. Eppure la nostalgia non è necessariamente un nemico.
Quando non diventa paralizzante, può essere persino una risorsa. Può aiutarci a dare continuità alla nostra identità, a ricordarci chi siamo stati e da dove veniamo. Può rafforzare i legami affettivi e insegnarci a guardare il presente con maggiore gratitudine.
In fondo, tanti fenomeni culturali contemporanei lo dimostrano: dalla musica indie piena di riferimenti agli anni dell’adolescenza ai video sui social che raccontano i ricordi d’infanzia. La nostalgia, insomma, non deve diventare il rimpianto di qualcosa che non tornerà. Può essere piuttosto un ponte tra quello che siamo stati, quello che siamo oggi e quello che potremmo diventare.
Forse il vero senso della nostalgia è proprio quello di ricordarci, ogni tanto, quanto è prezioso il tempo mentre lo stiamo vivendo.


 

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