Sin da bambina mi sono chiesta cosa fossero il bene e il male, ma non ero mai riuscita a trovare una risposta. Ero giunta alla conclusione che non esistesse una definizione chiara e netta di questi concetti.
O almeno, così credevo, prima di iniziare a insegnare e di fare incontri speciali con persone altrettanto speciali. Ricordo come se fosse ieri quando la mia collega di italiano Donatella mi ricordò dell’incontro in aula magna. Ma quale incontro? Io non sapevo niente. Non avevo impegni per il pomeriggio, così decisi di partecipare. Una volta arrivata, vidi una miriade di documenti sparsi sulla cattedra, pieni di percentuali. Sbirciai, non riuscivo a farne a meno. La parola “baraccati” si ripeteva un’infinità di volte. Ma chi erano questi baraccati? Cosa significava quel termine? Mi sedetti in una delle file centrali, con la mente in subbuglio, piena di domande. L’impazienza cresceva mentre aspettavo che iniziasse. Finalmente entrò un signore ben vestito. Si presentò come sociologo e ricercatore presso l’Università di Napoli. Iniziò a parlare della sua ricerca sui baraccati che vivevano a ridosso di Poggioreale, spiegandoci la loro difficile condizione. Non ne sapevo nulla. Eppure vivevano a pochi passi dalla scuola dove insegnavo, il Villari. Ascoltandolo, provai un senso di mortificazione nel rendermi conto di come vivevano, in baracche gelide e senza nessun servizio. Non potevo credere che i bambini, pur avendo accesso all’istruzione, venivano ghettizzati. Alla fine dell’incontro, ancora sconcertata da ciò che avevo appena scoperto, decidemmo di organizzarci per provare a dare una mano. Pochi giorni dopo andammo a parlare con il preside della scuola frequentata dai bambini baraccati. Ci accolse in modo tutt’altro che cordiale. Sembrava restio ad aiutarci. Dopo una lunga discussione, arrivammo alla conclusione che l’unica concessione possibile sarebbe stata l’uso di un locale in disuso, ma solo per poche ore nel pomeriggio. Fu proprio durante l’incontro con il preside che vidi per la prima volta Felice Pignataro. Faceva parte della F.U.C.I. (Federazione Universitari Cattolici Italiani) e, forse per questo, inizialmente non gli diedi troppa importanza. I suoi ideali erano abbastanza contrastanti con i miei, ma apprezzai lui e i suoi colleghi per essersi interessati ai bambini, proprio come me. Il locale che il preside ci propose era occupato dal custode, che lo utilizzava per allevare galline. Una volta tolte le galline, mi resi conto di quanto fosse rovinato il locale: muffa e umidità ovunque. Mi sentii avvilita.
- “E che ci vuole? Compriamo un po’ di carta ondulata, la appendiamo e poi la dipingiamo. Tutte le pareti saranno colorate!”.
Ricordo che sono state proprio queste parole, pronunciate da Felice, a farmi iniziare a provare interesse per lui. Trovava immediatamente una soluzione a ogni problema. Così iniziammo a sistemare la stanza e a dare vita al doposcuola creativo. I bambini venivano, ma si annoiavano. Per capire meglio la situazione, chiesi ad Annarella perché andasse a scuola. “S’ sta cavr cavr, ’nda baracchella nost fa nu friddd e pazz”. Rimasi sconvolta dalla sua risposta. Fino a quel momento avevo sempre creduto che la scuola fosse una possibilità, un’opportunità per tutti. E invece per Annarella e per tanti altri bambini come lei era solo un luogo dove stare al caldo, un rifugio temporaneo dalla realtà dura della baracca. La scuola, così com’era strutturata, non parlava loro. Erano abituati a risolvere problemi concreti: come scaldarsi, come trovare da mangiare, come aiutare i genitori nelle piccole cose di tutti i giorni. I compiti, le tabelline, la grammatica… tutto questo sembrava lontano, inutile. Rimasi seduta per un attimo, fissando il pavimento umido e le pareti che, seppur ripulite e colorate, conservavano ancora i segni del tempo. Felice stava sistemando i barattoli di colore su un vecchio scaffale di legno che aveva rattoppato qualche giorno prima. Si accorse del mio turbamento e si avvicinò.
- “Ti sei già arresa, professoressa?”, mi chiese con un sorriso.
Scossi la testa.
- “No, ma è difficile. Non è solo una questione di povertà, è qualcosa di più profondo. Se la scuola non ha valore per loro, come facciamo a insegnare? Come facciamo a far capire che non è solo un obbligo, ma una possibilità per cambiare la loro vita?”.
Felice si appoggiò alla parete con le braccia incrociate, pensieroso. Poi si strinse nelle spalle.
- “Non possiamo cambiare tutto in un giorno, ma possiamo cominciare da quello che conoscono. Se la scuola non li prende, siamo noi a dover cambiare il modo di insegnare. Magari giocando, magari colorando. Magari senza nemmeno chiamarla scuola”.
Forse aveva ragione. Forse dovevo smettere di pensare all’educazione come l’avevo sempre intesa e provare a guardarla con occhi diversi. Il giorno dopo, invece di assegnare compiti, decidemmo di coinvolgere i bambini in un’attività diversa. Avevamo recuperato vecchi pezzi di stoffa al mercato di Resina, enormi sacchi di juta che un tempo avevano contenuto caffè. Li avremmo usati per creare un grande murale, un racconto per immagini della loro vita.
- “Disegnate quello che vedete ogni giorno, quello che vi è più familiare”.
All’inizio ci fu qualche esitazione. Poi il primo bambino immerse le dita nel colore e cominciò a tracciare il contorno di una baracca. Un altro disegnò una strada piena di buche, e un altro ancora una scala con dei bambini seduti sui gradini. Non c’erano castelli, non c’erano alberi con casette perfette, ma c’era la loro realtà. Felice, senza dire nulla, prese un pennello e iniziò a riempire gli spazi vuoti con i colori più vivaci che trovava. Guardai la scena e sentii, per la prima volta, che stavamo facendo qualcosa di giusto.
- “Vedi?”, mi disse sottovoce. “Non è la scuola che dobbiamo cambiare. È il modo in cui la raccontiamo”.
Lo guardai, e per la prima volta notai davvero il modo in cui i suoi occhi brillavano mentre dipingeva, l’energia con cui riusciva a trasformare anche un vecchio telo di sacco in un’opera d’arte. Non era solo ottimismo. Era la capacità di vedere il possibile dove gli altri vedevano solo il limite. Quella sera, mentre i bambini se ne andavano e il sole iniziava a calare dietro le baracche, restammo soli nella stanza ormai silenziosa. Felice si tolse le mani sporche di vernice sui jeans e mi guardò con un sorriso.
- “Domani continuiamo?”. Annuii. Poi, senza quasi rendermene conto, mi avvicinai a lui. C’era ancora l’odore di vernice nell’aria, e la luce del tramonto filtrava dalle finestre. Mi sentii avvolta da un calore che non dipendeva solo dalla stanza. Non so chi dei due si mosse per primo. Fu un attimo, un momento sospeso, un bacio breve ma pieno di significato. Quando ci staccammo, lui mi sorrise ancora.
- “Ora hai un motivo in più per tornare domani”.
Sospirai, fingendo di non essere completamente d’accordo. Ma in fondo, sapevo che aveva ragione. Così ci vedemmo il giorno dopo e continuammo con i bambini a lavorare a loro insaputa. Loro pensavano di colorare, disegnare, giocare con l’argilla. Ma in realtà non era così. Li stavamo educando, stavamo facendo in poche settimane quello che la scuola non era riuscita in un intero anno. E andò avanti fino alla fine dell’anno scolastico. Arrivati alla chiusura della scuola ci trovammo senza spazio dove poterci incontrare con i bambini. Il sociologo che faceva ricerca aveva una baracca in cui studiava a pochissimi metri da lì e decise di darcela “per una causa più nobile” a detta sua. Proprio in questa baracca che nasce la “scuola 126”. La baracca non era certo il posto ideale per insegnare. Il tetto era talmente precario che bastava un colpo di vento per farlo scricchiolare, le pareti erano coperte di umidità e il pavimento era poco più di una distesa di terra battuta. Eppure, quando Felice si guardò intorno con aria soddisfatta, capii che nella sua testa quella non era solo una baracca.
- “E che ci vuole?”, disse con il solito tono leggero.
Mi venne quasi da ridere. Lo avevo già sentito dire quelle parole, quando ci eravamo trovati davanti il locale pollaio. E questa volta la situazione sembrava perfino peggiore.
— “Felice, il tetto è a pezzi.”
— “Lo sistemiamo.”
— “Le pareti sono umide.”
— “Le asciughiamo.”
— “E il pavimento?”
— “Cammineremo con le scarpe sporche, che problema c’è?”.
Così iniziammo.
Felice si presentò il giorno dopo con legni recuperati chissà dove, vecchi teli e una balla di tela di sacco. Mi accorsi che la sua energia era contagiosa. Alcuni ragazzi del quartiere, incuriositi da quello strano via vai, si offrirono di aiutare. Portarono chiodi, martelli, persino qualche sedia scassata che presero dalle loro case. Il sociologo che ci aveva dato la baracca ogni tanto passava a controllare i progressi, scuotendo la testa con un sorriso divertito.
— “Non pensavo che prendeste la cosa così sul serio”.
Nemmeno io, a dire la verità. Ma era troppo tardi per tirarsi indietro. In pochi giorni, quel rudere iniziò a prendere vita. Sistemammo il tetto con assi di legno e teli di plastica, abbastanza per proteggerci almeno dalle piogge leggere. Le pareti le coprimmo con la tela di sacco che Felice aveva cucito insieme con pazienza infinita.
— “Serve per attutire i rumori,” mi spiegò. “Così non sembra di stare dentro una scatola di latta”.
Poi arrivarono i colori.
— “Basta con questa tristezza. Facciamo entrare un po’ di sole”.
Si mise a dipingere direttamente sulla tela appesa al soffitto. Un grande sole con i denti prese forma sopra di noi, quasi a vegliare sulla nostra piccola scuola improvvisata.
— “Ecco fatto”, disse pulendosi le mani sui jeans ormai pieni di macchie di vernice. “Adesso possiamo cominciare”.
Mi guardai intorno. La baracca era ancora una baracca, certo. Ma adesso sembrava davvero un posto in cui si poteva restare. Il primo giorno nella baracca fu un disastro. I bambini arrivarono per pura curiosità, alcuni spinti dalle madri che speravano di tenerli lontani dalla strada almeno per qualche ora. Ma una volta dentro, rimasero in piedi, con le braccia incrociate e le espressioni diffidenti.
— “Maestra, e mo’ che facimm’?”
La voce di Annarella ruppe il silenzio. Il tono non era ostile, ma nemmeno troppo fiducioso. Non c’erano banchi, non c’era una lavagna. Solo un grande telo dipinto con un sole sopra le nostre teste e delle sedie sgangherate. Felice si avvicinò, con le mani ancora sporche di colore.
— “Che vuoi fare tu?”
Annarella alzò le spalle. Poi indicò un pezzo di legno avanzato dai lavori.
— “Posso disegnarci sopra?”
Felice le passò un pennello.
— “Solo se mi prometti che sarà il disegno più bello che hai mai fatto”.
Annarella prese il pennello con cautela, come se le stesse affidando qualcosa di importante. Dopo di lei, un altro bambino si avvicinò. E poi un altro. In poco tempo, la baracca si riempì del rumore di pennelli che sfregavano sul legno, delle risate dei più piccoli che giocavano con l’argilla, dei piedi che scalpitavano sulla terra battuta. Era la prima volta che vedevo quei bambini rilassarsi. Nei giorni successivi, iniziarono ad arrivare sempre più numerosi.
— “Mire’, ma domani ci stai? Pure dopodomani?” mi chiese Peppino, un ragazzino magro con gli occhi grandi, mentre cercava di impastare l’argilla con le sue mani troppo piccole.
— “Certo che ci sto.” risposi, spettinandolo con affetto.
Venne anche Pasqualino, che aveva sempre la faccia sporca di terra e non parlava quasi mai. La prima volta si sedette in un angolo, osservando gli altri senza dire una parola. Poi, un pomeriggio, tirò la mia manica.
— “Mire’, ma si po’ fa’ na cosa pe mammà?”
— “Certo, cosa vuoi fare?”
Abbassò lo sguardo.
— “Nu’ core, ma bello grosso.”
Gli diedi un pezzo di cartone e lui si mise a disegnarlo con concentrazione assoluta, la lingua tra i denti. Quando finì, corse via con il suo cuore rosso stretto tra le mani. Fu in quel momento che capii. Quella non era solo una scuola. Era diventata una casa. E quei bambini, un po’ alla volta, stavano diventando la nostra famiglia. Continuammo così per un bel po’ di mesi, ogni tanto si aggiungeva qualche bimbo nuovo. Nel quartiere si era sparsa la voce di questa scuola che accoglieva tutti i bambini. Quando passavamo io e Felice tutti ci salutavano. Eravamo quasi adorati, questa cosa non mi piaceva, io volevo solo aiutare. Anzi dovevo aiutare. Io, a differenza loro, ero privilegiata. Ero cresciuta in una famiglia con la possibilità economica e con la consapevolezza che gli studi mi avrebbero aiutata ad emanciparmi come persona. Mi avrebbe fatto sviluppare un pensiero critico e politico.
Era una giornata qualunque, di quelle che scorrevano tra colori, mani sporche di argilla e il vociare dei bambini nella baracca. A fine pomeriggio, mentre sistemavamo le ultime cose, Felice tirò fuori un libro dalla tasca della giacca e me lo porse.
— “Leggilo,” disse, con il suo solito sorriso appena accennato.
Presi il libro e lessi il titolo: “Lettera a una professoressa”.
Quella sera, seduta sul mio letto, iniziai a leggere. E non riuscii più a fermarmi.
“La scuola è un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.
Lessi quella frase e sentii un brivido lungo la schiena. Era esattamente quello che stava succedendo. Annarella, Peppino, Pasqualino… quei bambini non erano “casi persi”, ma la scuola non era fatta per loro. Non perché non volessero imparare, ma perché nessuno aveva mai pensato di insegnare loro nel modo giusto. Felice lo sapeva. Lo aveva capito prima di me. Continuai a leggere, sentendo dentro di me qualcosa che si incastrava alla perfezione, come un pezzo di un puzzle che avevo cercato per troppo tempo. Quando chiusi il libro, sapevo che niente sarebbe più stato come prima. Iniziai così a sviluppare la mia definizione di bene e male. Il male non era solo la violenza o l’ingiustizia: era l’indifferenza, l’egoismo umano, il voltarsi dall’altra parte. Il bene, invece, era fatto di piccole cose: colori che danno vita a una parete spoglia, pennelli sporchi tra le mani di un bambino, dita che goffamente modellano l’argilla per dare forma a qualcosa che prima non esisteva. Ecco, questo era quello che mi mancava. E Felice l’aveva capito prima di me. Mi aveva aiutato a vederlo, senza forzarmi, senza impormi nulla. Lui mi supportava in tutto, condivideva i miei pensieri e i miei progetti. Lavorare con lui non era solo efficace, era necessario. Ci completavamo. Se io mi perdevo nei dubbi, lui trovava una soluzione. Se lui si lanciava in un’idea folle, io la trasformavo in qualcosa di concreto. Così è iniziato il nostro fidanzamento. Non con dichiarazioni e promesse, ma con mani che lavoravano fianco a fianco, con risate sporche di vernice, con sogni che si intrecciavano senza bisogno di essere detti ad alta voce. In due si lavora meglio piuttosto che uno. E così, naturalmente, senza quasi accorgercene, siamo diventati una famiglia. La nostra non è stata solo una casa e un cognome, ma la condivisione di un piano più grande: più eravamo, più potevamo fare. Sempre illuminati dal sole con i denti.
Racconto tratto da Sfumature di Periferie, Cesvol Umbria, Perugia, 2025
Primo classificato al Premio Letterario Nazionale Sfumature di Periferie.
