progetto

Era come essere davanti ad un acquario, così mi sentivo in quella classe. Tutti muovevano le bocche, come fanno i pesci, ma io non li capivo.

Ero diverso in tutto da loro, la mia pelle nera, i miei ricci indomabili, il mio nome strano, la mia lingua diversa, i miei vestiti, la mia famiglia, la mia storia.
Cosa ci facevo lì?
Ecco, io cosa ci facevo lì?
A questo pensavo mentre vedevo tutti quei pesci muovere le labbra, parlare, sorridere, inclinare gli angoli della bocca.
Certo che erano proprio belli. Tutti pettinati, con le magliette stirate, le scarpe bianche, il taglio di capelli fatto dal barbiere, le risate aperte, vere, serene. Quelle risate che dietro non hanno nulla se non un’infanzia felice, o qualcosa di simile.

E allora io, cosa ci facevo lì?
Credo che anche dei professori si chiedessero lo stesso. In effetti ero un peso. Forse no, è troppo un peso, ero una seccatura.
Non capivo niente, come potevano insegnarmi qualcosa?
Ogni tanto individuavo qualche sguardo di pietà, qualche altro di insofferenza, qualcuno di fastidio, ma poi c’era lo sguardo di quel professore. Quello era uno sguardo bello, quello di chi pensa sempre di poter fare qualcosa. Ma non di chi pensa solo di poter fare qualcosa, ma di chi ci prova e, forse, a volte ci riesce.
E poi c’era lo sguardo di chi pensava che comunque fosse tutto inutile. Forse, quello era lo sguardo più simile al mio, quello di un arreso.
Però a me piaceva più lo sguardo del prof. Salvatore, uno sguardo buono, sempre felice, sempre pronto a guardare ad un futuro migliore. Solo a volte il suo sguardo perdeva quella scintilla, solo a volte vedevo nei suoi occhi un barlume di sconfitta.
Anche lo sguardo della professoressa Nunzia era diverso, era simile a quello di mia madre però più autorevole. Era una donna piccola con un fare amorevole. Ecco, non so perchè ma da subito ebbi la sensazione che si volesse occupare di me. E poi perchè? Neanche mi conosceva.
E poi c’erano gli sguardi dei ragazzi, delle ragazze, quegli sguardi diversi, che dietro hanno sempre un pensiero.
‘Poverino, che vita ha.’
‘E che palle, neanche impara l’italiano però!’
‘Mamma mia, ma da dove viene’
‘Però, sembra simpatico’
E poi in mezzo a tutti quei ragazzi, c’era lo sguardo di Sabatino.
Era stato ingaggiato dalla prof. per aiutarmi. Al principio non ho capito perchè lo facesse, forse non lo sapeva neanche lui, però tutto sommato non mi importava. Lui mi aiutava e piano piano il suo sguardo cambiava. Non vorrei sbagliare, ma piano piano credo siamo diventati amici.

Insomma in quella scuola ognuno mi dedicava uno sguardo proprio, ognuno attraverso di me faceva i conti con il proprio essere, ogni giorno per tre anni.
Io ce l’ho messa tutta, ho seguito i corsi di recupero di italiano, anche se non erano di lingua ma di letteratura e, quindi, comunque non capivo niente.
Ma i dieci minuti in inglese che mi dedicava il prof. Salvatore a fine lezione, e l’amorevole cura della prof. Nunzia, mi davano la spinta per provare a fare del mio meglio.
E poi l’aiuto di Sabatino, di quel ragazzo come me che spendeva il suo tempo per aiutare me, uno che non conosceva neanche, così diverso da lui e con quel nome strano.

Che poi per me il mio nome non è mai stato strano. Nel mio paese ci chiamiamo tutti così, con nomi che vogliono rappresentare in qualche modo il nostro futuro.

Ho provato a diventare più simile a loro, a studiare insieme a loro per finire la scuola. Ogni anno gli esami mi riportavano a quegli sguardi, pietosi, arresi, ma a tratti fiduciosi. Ogni anno, fino a quando sono andato via. Sono dovuto andare via. Così all’improvviso, senza poter avvertire nessuno.
I carabinieri mi hanno concesso solo di passare a scuola per salutare tutti, però Sabatino non c’era. Lo ho cercato, avrei tanto voluto salutarlo, avrei voluto tanto mostrargli il mio sguardo forte, speranzoso per un futuro migliore, il mio sguardo da amico, che sono certo lui avrebbe restituito.
Non è stato semplice andare via, ma necessario.
Ho provato a restituire a tutti gli sguardi che mi hanno regalato. Ho provato a mostrare agli sguardi arresi che si deve reagire per costruire il proprio destino e a volte anche quello degli altri. Ho dedicato uno sguardo d’amore alla prof. Nunzia, che me ne ha dedicati tanti, lo sguardo felice al prof. Salvatore, che mi ha convinto a sperare, lo sguardo di un amico a Sabatino, perchè, non vorrei sbagliare, ma credo che noi siamo diventati amici.
Sono diventato sempre più simile a tutti i ragazzi che mi hanno circondato per anni, con le mie magliette stirate, i miei capelli tagliati dal barbiere, le mie scarpe bianche. Solo la mia risata non riesce ad essere aperta, vera, serena, come quelle risate che dietro non hanno nulla se non un’infanzia felice, o qualcosa di simile.

Io sono Freedom e il mio superpotere è essere uno di voi.

 

Devo essere sincero, quando la prof. Nunzia chiese alla classe chi volesse dare una mano a Freedom, mi sentii un po’ costretto. Mica potevo dirle di no? Anche perché lei era una prof. speciale, la mamma di tutti, che amava tutti i suoi alunni nello stesso modo, tutti, nessuno escluso. Lei aveva la grande capacità di dilatare il tempo e questo era per me tanto incomprensibile quanto affascinante. E, poi, forse pensai che questo poteva anche aiutarmi un po’ a scuola.
Che poi Freedom che nome è?
E’ come se io mi chiamassi Libertà, strano no?!
Comunque Freedom era proprio diverso, diverso nell’aspetto, nei modi di fare, aveva poi quello sguardo dal basso verso l’alto tipico di quello che non capisce.
Eppure il mio inglese era buono, riuscivamo a comprenderci, ma forse non era quello.
Forse c’era di più.
Certo che per un ragazzo non deve essere semplice trovarsi improvvisamente lontano da casa, in mezzo a coetanei che parlano una lingua diversa, che hanno un aspetto diverso, che vivono un po’ diversamente.
Non siamo diventati amici subito, al principio io lo aiutavo e lui si faceva aiutare.
E più io lo aiutavo, più lui si faceva aiutare, ma solo per la scuola. Non mi ha mai detto nulla sulla sua famiglia ad esempio, ne’ sulla sua storia di prima. Noi parlavamo del presente, come se esistesse solo quello.

Avevo capito che c’era qualcosa di strano nella sua famiglia. Quando eravamo a distanza, ad esempio, e lui era a casa sua, se passava il padre abbassava la telecamera. Non so, avevo la sensazione che ci fosse qualcosa. Non rideva mai con quelle risate aperte, vere, serene, tipiche degli adolescenti, quelle che dietro non hanno nulla se non un’infanzia felice.
C’era sempre un’ombra.
Ma poi nel nostro presente, quell’ombra piano piano lasciava spazio ad un po’ di luce. La luce tipica degli amici. Ecco poi con il passare del tempo, non vorrei sbagliarmi, ma credo che siamo diventati amici.
Sono passati molti giorni, mesi e sono diventati anni.
I professori hanno deciso di salvarlo ogni anno, certo con qualche debito, ma di salvarlo sempre. Qualcuno lo ha fatto controvoglia, come se fosse convinto che non servisse a nulla. Altri, invece, lo hanno fatto con convinzione, come il prof. Salvatore.
La professoressa Nunzia, una piccola donna stracolma d’amore, e il prof. Salvatore, un gigante buono, sempre allegro, sempre fiducioso, la cui scintilla si spegneva solo quando si trovava di fronte i prof. arresi, quelli che pensano che oramai più niente serva a qualcosa, hanno combattuto per Freedom, per non lasciarlo per strada, per dargli un futuro, o almeno una speranza di futuro. Chissà se loro sapevano, se loro conoscevano la sua storia.
Io non la conoscevo.

Non lo ho potuto neanche salutare. è passato a scuola e mi ha cercato prima di andare in quel luogo protetto, ma io quel giorno non c’ero.

Non mi ha potuto dire il perchè doveva andare via, non mi ha potuto spiegare perchè abbassava la camera quando passava il padre, non mi ha potuto informare che per un po’ non ci saremmo più incontrati, ma che lui andava in un posto migliore, lontano dal padre, che lui andava a cercare la sua risata perduta, quella aperta, vera, serena, quella che dietro non ha nulla se non un’infanzia felice, o qualcosa del genere.

Noi siamo Sabatino e Freedom e, non vorremmo sbagliare, ma crediamo di essere diventati amici.


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